Discorso di S. Em.za il Card. Ruini per la fine del Processo diocesano di Canonizzazione di Mons. Canovai

camillo-ruiniDiscorso di S.Em.za il Card. Camillo Ruini pronunziato in Roma il 27 novembre 2001 in occasione della sessione conclusiva del Processo diocesano di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Giuseppe Canovai Sacerdote della Diocesi di Roma

 

 

“E’ con viva gioia che oggi concludiamo la fase diocesana del processo di beatificazione e di canonizzazione del Servo di Dio Giuseppe Canovai, sacerdote della Diocesi di Roma e diplomatico della Santa Sede morto nel 1942, appena trentottenne, a Buenos Aires, dove era uditore di Nunziatura. Per me in particolare, che sette anni fa, il 18 giugno 1994, presiedetti la sessione di apertura di questo processo, è particolarmente gradito vederne oggi la felice conclusione. Come ebbi a dire in quell’occasione, per me, studente nel Collegio Capranica dal 1949, Canovai, morto da pochi anni, fu una figura in un certo senso di frequentazione quasi quotidiana, dato che la memoria ne era vivissima e a noi seminaristi egli era costantemente additato come esempio per la nostra formazione al Sacerdozio dall’allora Rettore Mons. Cesare Federici, dal Vice Rettore Mons. Luigi Solari e anche dai Vescovi – come ad esempio Mons. Carinci o Mons. Traglia – che visitavano spesso il Collegio.

La memoria di Canovai era allora recente, ma essa è rimasta viva e vitale lungo i decenni, fino appunto da raggiungere quella fama di santità che ha portato ad istruirne il Processo di Beatificazione e di Canonizzazione. In questi setti anni, il lavoro commendevole del Tribunale Diocesano, la persistente venerazione per la figura di Canovai professata da tante anime, alcuni studi e riflessioni, anche di recente pubblicazione, sulla sua eredità spirituale, hanno

contribuito ad approfondire quanto già allora appariva tra le opere manifeste di Dio. Di questo un merito indubbio va ad una persona che oggi non è più fisicamente con noi, ma che nella Comunione dei Santi noi sentiamo vicina e presente in quest’ora. Parlo della Professoressa Tommasina Alfieri, che il Signore ha chiamato a Sé nell’Anno del Grande Giubileo del 2000 e che certo dal Cielo sorride oggi a tutti noi e per noi prega insieme con Canovai. Della Signorina Masa, come affettuosamente la chiamavano i suoi amici, Canovai fu il primo e principale collaboratore nella fondazione della Familia Christi, nata con lo scopo di portare nella vita quotidiana un ideale di preghiera contemplante e di servizio silenzioso ai fratelli. La Professoressa Alfieri per tanti decenni della figura di Canovai è stata memoria vivente, nell’impegno di renderne la grande lezione alla Chiesa. E questa memoria grata si fa augurio di successo e di perseveranza per le attività della Familia Christi e, in particolare, per l’Associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, che vuole perpetuarne gli insegnanti e trasmetterne l’eredità, associazione alla quale un anno fa ho dato il riconoscimento canonico. Saluto quindi anche i suoi membri con il loro Assistente Mons. Giacomo Loreti.

Ad essi e a tutti voi mi è particolarmente grato rivolgermi in quest’ora lieta, avvertendo che indagare la vita di Mons. Canovai significa confrontarsi con il pensiero, con l’insegnamento, con la natura salvifica della sofferenza, con la sua accettazione della volontà di Dio, fidente fino alla morte perché capace di contemplare la Resurrezione. “Per saper morire” sono le parole con le quali, più volte, Canovai definisce nel suo diario e nelle sue lettere il fine e il significato della sua preghiera continua, delle sue penitenze davvero straordinarie, fino all’effusione del sangue.

Di Canovai “è proprio l’agonia volutamente lucida, cristianamente fidente, che rivelerà la santità”, è stato detto di recente, anche perché egli seppe conservare piena la facoltà di affrontare lucidamente la morte, da considerarla come uno dei momenti più importanti del destino umano, perché essa è quel momento unico nel quale la personalità riceve la sua impronta definitiva. La Croce nuda fu per Canovai strada non eludibile, ma “libenter” accettata, come il Servo di Dio scrisse nel suo diario, quel diario la cui pubblicazione negli anni immediatamente successivi alla sua morte avrebbe rivelato la santità luminosa, insieme proprio con le testimonianze del modo di quella morte, in orazione e in oblazione.

Quest’uomo di Dio e degli uomini era giunto a sentire, dolcissima, la presenza del Maestro interiore, dello Spirito del Signore Gesù, e ne aveva riconosciuta la fonte dello zelo apostolico, del suo farsi tutto a tutti, per tutti far salvi. Certo, non a tutti è chiesto ed è dato vivere le penitenze veramente straordinarie di Canovai, la sua preghiera pasquale e crocifiggente. Lo ricordava di recente il Cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano ai docenti e agli studenti dell’Accademia Ecclesiasista, additando loro la figura di Canovai come di chi ben sapeva che per servire il Papa e la Chiesa nel lavoro diplomatico per la Santa Sede occorra soprattutto “una santità superiore all’ordinaria”.

Ma a tutti, specialmente a quanti desiderano diventare sacerdoti, come capitava a noi seminaristi del Capranica, giova guardare a modelli tanto luminosi, per meglio procedere, come ebbi a dire sette anni fa, sul cammino della chiamata di Dio alla santità che il Concilio Vaticano II, con molto maggiore forza, ha proposto come chiamata universale. In questa visione non solo la preghiera particolare e specialissima di Canovai, ma quella di tutti si sa fare era filiale e piena di speranza, perché come lo stesso Canovai attestato: “Il Signore è dolcissimo e compensa oltre ogni speranza”. Di questa preghiera filiale e pasquale di Canovai, l’esempio più alto è certamente quella pagina del suo diario del 22 aprile del 1942, vergata con il suo sangue sparso in oblazione per impetrare la santità della famiglia in Cile, dove era stato inviato a reggere temporaneamente la locale Nunziatura. Questa preghiera, è stato detto di recente, appare “una delle sommità della mistica, orante, del Canovai, uomo – come dovrebbe essere ciascun cristiano – consacrato all’amore, trapiantato, in un certo senso, dal cuore di Dio al cuore dell’uomo”.

La vita di Giuseppe Canovai, ad una lettura superficiale appare forse povera di vicende esteriori singolari, ma si rileva ricchissima di valori, di significati e di intensa interiorità. La personalità di Canovai si mostra a quanti la indagano tanto affascinante sul piano spirituale quanto difficile a penetrarsi per la molteplicità di contrasti e di chiaroscuri, se a darle chiarezza non soccorresse la linearità costante nel suo impulso fondamentale: il crescente e poi sempre più divorante amore al Cristo.

Giuseppe Canovai nasce Roma, il 27 dicembre 1904, da una famiglia di ceto medio. Il padre, Luigi, era un impiegato di banca. La madre, che avrà forte influenza sulle vicende della sua vita, era una casalinga di carattere pensoso, talora piuttosto autoritaria. Fin da bambino profondamente appassionato allo studio, Canovai conserverà per tutta la vita un singolare amore per quella che chiamava “l’avventura della cultura” che lo porterà, da sacerdote, a dedicarsi in modo particolare all’apostolato fra gli “intellettuali”, inteso come servizio e difesa della religione e della Chiesa, in un tempo segnato da un accanito laicismo anticlericale al quale risponderà sempre con un’apologetica intelligente e battagliera. La sua formazione spirituale fu segnata da una precoce pratica della penitenza corporale e da una ferma educazione alla purezza e alla schiettezza di parola e di tratto, in qualche modo “temperate” da un carattere allegro e vivace. Sul giovane Canovai avranno grande influenza i Gesuiti e in particolare il padre Enrico Rosa, direttore di Civiltà Cattolica. Fin dagli anni della scuola incomincia ad annotare un diario personale che continuerà per tutta la vita e che risulta oggi la sua eredità più preziosa.

Nel 1924 è da due anni studente di Giurisprudenza quando, il 3 marzo, muore suo padre. La banca dove questi lavorava lo assume. Ma già dopo qualche mese, in un corso di esercizi spirituali, gli si conferma la decisione fondamentale della sua vita: farsi sacerdote. L’aspetto economico sarà risolto con l’organizzazione, in casa Canovai, di un pensionato familiare per giovani studenti grazie soprattutto al lavoro e alla dedizione della domestica Rosa, entrata giovanissima in casa Canovai e che rifiuta persino il salario, poiché si sente parte della famiglia. A Canovai Rosa rimarrà legata tutta la vita da un affetto materno, da una devozione ammirevole del quale si avranno tracce commoventi e significative nel diario e nelle lettere che Canovai scriverà dall’Argentina. Lasciato l’impiego, Canovai continua gli studi che lo condurranno a conseguire quattro lauree nelle università italiane e pontificie, in Giurisprudenza, in Filosofia, in Teologia e in Diritto Canonico.

Dopo alterne vicende, deve rinunciare alla sua originaria idea di far parte della Compagnia di Gesù ed entrò in seminario, al Collegio Capranica, nel febbraio del 1929. Viene ordinato sacerdote il 3 maggio 1931, nella festività dell’Invenzione della Croce: sarà proprio la Croce l’ideale di tutta la sua vita. In giugno entra in Vaticano, come Minutante alla Sacra Congregazione dei Seminari, dove resterà per otto anni, mentre continuerà gli studi e assumerà diversi impegni pastorali e porterà sempre più frequentemente la sua parola in vari incontri di spiritualità e corsi di cultura religiosa. A Roma, come poi in Argentina, sarà la più cara delle sue molteplici attività. Di questo suo apostolato culturale, il Cardinale Siri disse che “la reazione di quanti lo ascoltavano era straordinaria”. Nel 1937, l’anno della morte di sua madre, Canovai è nominato Assistente Diocesano della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e può così dedicarsi ad uno dei ministeri per lui più significativi e congeniali, quello del mondo universitario, nel quale lascerà un’inconfondibile impronta in alcune tra le più belle menti della cultura e della politica; ancora oggi alcuni “suoi fucini” lo ricordano con fedele affetto. In quello stesso anno, Tommasa Alfieri, amica fin dall’infanzia, presenta a Monsignor Canovai (proprio nel 1937 gli viene conferito questo titolo) l’ideale di un’Opera che aveva in animo di fondare ed egli accoglie con entusiasmo questo modello di intensa spiritualità e di attiva vita religiosa, scoprendovi la possibilità di realizzare da sacerdote secolare quel desiderio che a suo tempo aveva nutrito il suo desiderio e il suo progetto di farsi religioso: una donazione totale al Signore, una vita da contemplativo nel mondo.

Un altro anno decisivo per Canovai è il 1939. Il 27 Maggio, Mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, inaspettatamente gli propone la nomina a Uditore presso la Nunziatura Apostolica di Buenos Aires, retta dal futuro Cardinale Giuseppe Fietta. Per lui è un colpo durissimo: significava l’addio ai suoi ministeri, all’Opera, agli amici, ai progetti di opere filosofiche che aveva in mente, alla sua Roma, un distacco da tutto ciò che amava.

Ma comprende che la volontà di Dio è che vada e “libenter” accetta. Nello stesso mese, a Grottaferrata, si prepara alla nuova missione con un corso di Esercizi Spirituali esemplare: i suoi propositi per la vita diplomatica sono metodici, dettagliati e ricchi di spiritualità, perché “Per rappresentare il Papa occorre soprattutto una santità superiore all’ordinaria”, come annota in quei giorni. Il 14 dicembre si imbarca a Genova sulla motonave Oceania e lascia l’Italia per sempre. A Buenos Aires arriva un diplomatico, ma soprattutto un sacerdote di Cristo, umile e fedele servitore del suo Maestro e della sua Chiesa. Già dopo poche settimane, al lavoro in Nunziatura Canovai incomincia ad affiancare quello della predicazione, organizzando Esercizi spirituali, Corsi e Conferenze di cultura cattolica. Con il passare del tempo, la sua infermità, un’ulcera duodenale, si aggrava sempre di più, ma egli la considera la sua Croce e di essa ringrazia umilmente il Signore. Nel Gennaio 1942 improvviso giunge a Monsignor Canovai l’ordine di partire per il Cile, dove la Santa Sede lo invia come Incaricato d’Affari ad Interim. Il 7 Gennaio parte per Santiago. Nonostante le precarie condizioni di salute, s’impegna nel nuovo incarico diplomatico con il massimo zelo, riuscendo a conciliare tale ufficio anche con un’articolata attività di apostolato. Proprio in Cile scriverà le sue pagine più toccanti e più profonde, compresa la preghiera tracciata con il suo sangue.

Nel luglio 1942 rientra in Argentina e riprende appieno attività e ministeri. Ma ormai sempre più spesso, nelle annotazione del diario, cogliamo la sua convinzione che gli resta pochissimo da vivere. Egli guarda la morte con desiderio, potrà finalmente congiungersi al Cristo. Sente che deve “far presto”. “Pregare, soffrire, servire, presto”: nelle note del diario guarda alla morte con anelito; attende, con desiderio, l’ultimo incontro nella nebbia del tempo, il primo nello splendore della luce, preludio dell’unione mistica con il Signore.

Il 4 novembre, come detto, è l’ultima meditazione annotata sul diario. Da quel giorno la situazione va precipitando. Al suo confessore, il gesuita Andrea Doglia, che gli fa gli auguri per la sua salute, risponde con umile e serena sicurezza: “No, Padre, questa volta è a morte”. il 10 novembre, accertamenti radiografici individuano una peritonite e la necessità di operare d’urgenza. Prima di ricevere i Sacramenti, fa la sua professione di fede, offre la vita per la Chiesa, per il S. Padre, per le sue opere predilette, prega i presenti di recitare ad alta voce il Credo, la Salve Regina ed il Magnificat e insieme con loro canta il “Vexilla Regis”. Supera l’intervento, riprende conoscenza, ripete più volte agli amici che gli sono vicini quanto gli sembri bello l’avvicinarsi alla morte. A padre Doglia sussurra: “Mai, mai, Padre, avrei pensato che fosse così dolce morire e morire giovane”. Alla suora che premurosamente vuole fargli un’iniezione perché soffra di meno, dice: “No, suora no: se fate così mi spedite, come un pacco; io voglio vedere la morte, io voglio partire!”.

Alle 5 del mattino dell’11 novembre, prima di entrare in agonia, raccogliendo le ultime forze chiede ancora che si intoni il “Vexilla Regis”, il suo Inno. Ringrazia tutti, di tutto, e chiede al Nunzio la sua benedizione. Le sue ultime parole sono: “Tutto per Te, Signore”, ad esse aggiunge quelle della benedizione che i circostanti gli chiedono. La morte scende su di lui, come una grande luce. Spira alle 8,15, dopo circa tre ore di agonia. Il 13 settembre del 1949, i resti mortali di Mons. Giuseppe Canovai sono traslati dal cimitero della Recoleta alla chiesa Regina Martyrum. Qui, sulla sua tomba, è scritto, tra l’altro: Sacerdote solo a pochi comparabile possa tu godere della pace di Cristo. Ed è con convinzione profonda che chiudendo questo Processo di Beatificazione e Canonizzazione posso confermare quanto ebbi a dire sette anni fa: questo sacerdote a pochi comparabile è un fortissimo stimolo, un fortissimo richiamo per tutti, ma in particolare per noi sacerdoti, soprattutto per quelli romani e per quelli al servizio della Santa Sede.”